La violenza contro le donne non si manifesta solo con percosse o minacce. Esiste una forma più silenziosa e meno visibile, ma altrettanto distruttiva: la violenza economica, che limita l’autonomia, la libertà e la capacità di scegliere della persona. È spesso confusa con una semplice “gestione familiare”, ma in realtà rappresenta uno strumento di controllo profondo e pericoloso.
La violenza economica comprende tutti quei comportamenti che mirano a negare o ridurre la libertà finanziaria: impedire o scoraggiare il lavoro, controllare le spese, gestire in modo esclusivo i conti, trattenere il denaro, usare le risorse come ricatto. Il messaggio che ne deriva è chiaro e devastante: «Non sei tu a decidere della tua vita economica, decido io». Questo genera dipendenza, paura e senso di impotenza, rendendo molto difficile interrompere una relazione violenta.
Proprio perché non lascia segni visibili, la violenza economica è spesso normalizzata e non riconosciuta come tale. Eppure, le sue conseguenze sono gravi e durature: perdita di autonomia, peggioramento della condizione lavorativa, isolamento sociale, aumento della vulnerabilità e del rischio di povertà. Senza indipendenza economica, la libertà resta solo teorica.
I dati italiani confermano la gravità del problema: secondo l’ISTAT, il 26,4% delle donne che hanno un partner ha subito violenza psicologica o economica, percentuale che sale al 46,1% per le relazioni concluse. Un rapporto WeWorld del 2023 indica che il 49% delle donne ha subito almeno una volta violenza economica, dato che arriva al 67% tra le separate o divorziate. A questo si aggiunge un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa (circa 48,2%) e il dato inquietante per cui un uomo su tre considera accettabile la violenza economica.
Gli esempi sono spesso nascosti nella quotidianità: chi impedisce di lavorare, chi controlla ogni spesa, chi crea debiti a nome della partner, chi nega l’accesso ai conti o si appropria del patrimonio. Anche dopo una separazione, le ripercussioni restano pesanti: difficoltà economiche, mancato pagamento degli alimenti, problemi nel reinserimento lavorativo e perdita di stabilità.
Parlare di violenza economica significa affrontare uno degli ostacoli più concreti all’uguaglianza reale. Riconoscerla è il primo passo verso un cambiamento culturale che porti dalla dipendenza alla consapevolezza, e dalla paura alla possibilità di scegliere.
In questo contesto si inserisce l’impegno della Lega Navale Italiana – Sezione di Milano, che in occasione dell’inaugurazione della panchina rossa a Dervio e dell’intervento della psicoterapeuta Veronica Caragnini intende promuovere una riflessione che vada oltre la violenza visibile. Sensibilizzare, informare, diffondere contatti utili, promuovere l’autonomia e coinvolgere anche gli uomini in questo percorso sono azioni concrete che possono fare la differenza.
La Lega Navale Italiana – Sezione di Milano sceglie così un vero “cambio di rotta”: non ignorare la violenza che agisce nell’ombra, ma renderla visibile e riconoscibile, contribuendo a costruire una comunità più consapevole, giusta e solidale.
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Condanniamo ogni forma di violenza, visibile o invisibile, perché ogni persona ha il diritto di vivere libera, autonoma e rispettata.
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